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ignoro ergo sum 13 comments
Poche ore fa sono stato protagonista di un accadimento quantomeno singolare, non tanto di per se stesso quanto per le riflessioni a cui mi ha portato.
Assieme ad alcuni amici stavo partecipando alla soluzione di uno schema di parole crociate. Alla definizione
minerale molto duro — 7 lettere, prime lettere GR
la ragazza che stava compilando lo schema ha proposto granito, mentre la mia risposta è stata grafite.
Ho molto scherzato sul fatto che non si sia fidata della mia soluzione, per rimanere di sasso poco dopo, allo scoprire che la soluzione richiesta era proprio granito.
A poco è valsa la mia sacrosanta obiezione che è la grafite ad essere un minerale, a differenza del granito, che è una roccia. Sapevo che la grafite è uno degli stati allotropici del carbonio come il diamante, ma non ho tenuto presente che, al contrario di questo, è uno dei minerali più teneri esistenti in natura (1-1,5 secondo la Scala di Mohs). Il fatto che venga usata per le matite lo testimonia (in realtà ho sempre creduto che le mine fossero di un composto di grafite, cosa che probabilmente è vera).
Quindi, chi ha ragione?
Senz’altro ha sbagliato l’autore del gioco, avendo stilato una definizione non corretta, dato che il granito non è un minerale. Ovviamente ho sbagliato io, perché la grafite non è un minerale duro. Sulla posizione della mia amica è interessante disquisire. È di certo una questione di punti di vista: da quello che potremmo definire gnoseologico, sicuramente è in errore, mentre dal quello teleologico della soluzione del gioco ci ha preso in pieno.
L’analisi di questo evento mi ha portato quindi ad una serie di considerazioni, alcune delle quali giudico non banali. Parte di esse deriva dall’osservazione di come il fissarmi su un errore altrui mi abbia fatto arrivare ad una conclusione a sua volta errata, nonché portato a difenderla ad oltranza (mi concedo solo un’attenuante: trovate un altro minerale il cui nome sia composto da 7 lettere e inizi per GR). Ma ancora più interessante e suggestivo giudico il fatto che l’ignoranza di un errore abbia guidato la mia amica, o perlomeno non le sia stata d’intralcio, verso una soluzione corretta del gioco. Come se le due ignoranze, quella dell’autore e la sua, si fossero annullate fra loro. Rischierò di passare per retorico e presuntuoso, ma non posso fare a meno di trarne un’importante lezione di vita.
Conosco una persona che suole dire che due ignoranze sommate non danno meno ignoranza, ma un’ignoranza al quadrato. Al di là dell’incoerenza in termini di formalismo matematico (due ignoranze moltiplicate non rende altrettanto l’idea), ho sempre pensato che la metafora fosse verosimile. Ma evidentemente ci sono casi in cui l’ignoranza è una benedizione.
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